Una scomoda verità, secondo film del nostro ciclo il 26 ottobre



La grande sfida che attende l'umanità di fronte a tutti i cambiamenti 

che stanno avvenendo, non solo climatici, è ricostruire relazioni 
solidali di comunità, partendo dalla conoscenza di ciò che si sta 
prospettando nel nostro futuro.



Venerdì 26 ottobre ci sarà il secondo appuntamento del ciclo di serate: 
Cinema Comunità Ambiente



alle ore 20.45 presso il cinema teatro di Pedemonte 
verrà proiettato il film: 
Una scomoda verità.



Il cambiamento del clima è forse il fenomeno più preoccupante che 
l'umanità dovrà affrontare, per conoscere meglio quanto sta accadendo e 
quali sono le conoscenze scientifiche, proponiamo un "mini" ciclo di 
serate dedicate esclusivamente a questo tema all'interno dei due cicli 
di serate 2018 e il prossimo 2019, iniziamo con questo film-documentario 
del 2006 sul problema mondiale del riscaldamento globale, diretto da 
Davis Guggenheim, e avente quale protagonista l'ex vicepresidente degli 
Stati Uniti Al Gore.
Il film ha vinto il premio Oscar 2007 come miglior documentario.
Nel film vengono confutate le tesi di coloro che sostengono che il 
riscaldamento globale sia una falsa minaccia.
La scomoda verità raccontata nel film è che nel 2006 il 99% di tutti gli 
articoli scientifici concordavano che era in atto un cambiamento 
climatico, mentre il 53% degli articoli sui media mostravano che niente 
stava cambiando e che i fenomeni erano solo occasionali.
Da allora le condizioni del clima sono peggiorate ed ecco arrivare nel 
2017 un secondo film: Una scomoda verità 2 che vedremo nel prossimo 
ciclo di serate l'anno prossimo a cui seguirà il film Punto di non 
ritorno e successivamente una serata con uno scienziato del clima.


Stop agli animali allevati in gabbia: partita la raccolta di firme


l 16 ottobre, presso la Camera dei Deputati, le 19 associazioni italiane della più ampia coalizione europea "End the cage age” hanno lanciato la raccolta firme in Italia per mettere fine all’uso delle gabbie negli allevamenti, con una mostra dedicata che descrive la crudeltà dell’allevamento in gabbia, ancora praticato nell’Unione europea.
In Italia 21 milioni di galline, 24 milioni di conigli, 500 mila scrofe e circa 5 milioni di quaglie sono ancora allevate in gabbia. Nell’Unione europea gli animali allevati in gabbia sono 300 milioni.
E oggi sono più di 130 le associazioni della coalizione europea "End the cage age”, l’Iniziativa dei Cittadini europei (ICE) per chiedere la fine dell’uso delle gabbie negli allevamenti. Dovranno raccogliere un milione di firme nell’arco di un anno.
Le 19 associazioni sono italiane:  Amici della terra Italia, Animal Aid, Animal Equality, Animal Law, Animalisti Italiani, CIWF Italia Onlus, Confconsumatori, ENPA, Il Fatto Alimentare, LAC – Lega per l’abolizione della caccia, LAV, Legambiente, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, LEIDAA, Jane Goodall Institute Italia, OIPA, Partito Animalista, Terra Nuova, Terra! Onlus.
Perchè bisogna abolire le gabbie
«Tra tutte le forme d’allevamento, la gabbia di sicuro è la peggiore - spiegano i promotori dell'iniziativa - Troppo spesso si sente dire che la gabbia è un “male necessario” nell’allevamento. Ma anche se ancora al giorno d’oggi esistono persone che credono che infliggere crudeltà sugli animali possa essere in qualche modo giustificabile, sappiamo invece che si può fare diversamente. In Europa, circa 300 milioni di animali sono confinati in gabbie ogni anno. Sono immobilizzati e privati della possibilità di esprimere i loro comportamenti naturali. E’ una vergogna che ancora oggi vi siano sistemi così barbari per allevare gli animali. Dobbiamo evolverci e porre fine all’era delle gabbie».
E’ tempo di decidere
«Conigli, galline, scrofe, anatre e quaglie passano tutta la loro breve vita in gabbia - proseguono gli ideatori della campagna - Per molti di loro la gabbia significa isolamento, per molti altri essere ammassati con i loro consimili. Per tutti la gabbia significa non potere esprimere nessuno dei propri comportamenti naturali. E’ tempo di superare l’era delle gabbie e porre fine alla inutile sofferenza di milioni di esseri senzienti. Ogni generazione ha la responsabilità di decidere cosa non è più disposta a tollerare. Ora è il nostro momento di schierarci dalla parte degli animali ed unirci a End the Cage Age. Non ci sono scuse che tengano per continuare ad utilizzare un sistema d’allevamento così primitivo come quello delle gabbie».
Un problema globale
«In tutto il mondo milioni di animali si ritrovano a trascorre la propria vita in gabbie minuscule - proseguono le associazioni - Solamente in Europa, centinaia di milioni di animali passano la loro intera esistenza, dalla nascita alla morte, in una gabbia, avendo a disposizione uno spazio inferiore ad un foglio A4. Una gabbia è una forma estrema di limitazione della libertà, dalla quale è impossibile fuggire. Non esistono gabbie che favoriscono un alto livello di benessere per gli animali, anche in caso di ottima gestione dell’allevamento. Le gabbie arricchite e quelle in colonia soddisfano alcuni dei bisogni psicologici e fisici degli animali, ma si tratta ancora di una gabbia. Una gabbia è sempre una gabbia!».

https://ciwf-it.endthecageage.eu/?supporter.appealCode=CAECIWE_IT0918&_ga=2.76793302.2145756778.1539373934-816931930.1539373934




Affrontare la paura con la fotografia: Mattia Cacciatori a Badia Calavena

Mattia Cacciatori, fotografo con all’attivo numerosi reportage svolti in tutto il mondo, in questa intervista ci racconta la sua vita tra ricerca del proprio esserepaure affrontate e vittorie quotidiane. Il giovane, che oggi trova la sua essenza principalmente nell’attività pastorizia e nell’apicoltura, durante i suoi servizi fotografici negli anni passati si è trovato a vivere timori fisici e psicologi in territori di conflitti e guerre. La scelta consapevole dei suoi obiettivi,  che gli hanno dato la forza di affrontare le difficoltà, l’hanno portato a raggiungere quella luce che ti permette di andare avanti anche quando la strada è in salita. Per Mattia la vittoria più grande è quotidiana: ogni giorno bisogna vivere pienamente e incontrare se stessi nelle cose che si fanno. Buona visione. BePazzidiVita

bel video super consigliato
https://www.youtube.com/watch?time_continue=141&v=_LuPUV-PyIc


Il suolo agricolo e l’agricoltura biologica non possono essere la discarca di processi industriali inquinanti e pericolosi.L’articolo 41 del ‘Decreto Genova’ deve essere ritirato!!!

 Il Governo vara una norma che fissa a 1000 milligrammi per chilogrammo di tal quale (e non sulla sostanza secca) la presenza di residui idrocarburi pesanti (C10-C40) nei fanghi di depurazione da utilizzare in agricoltura. Così di fatto non si pongono limiti allo sversamento sul suolo agricolo di questi pericolosi inquinanti. Fino a questo decreto la normativa nazionale NON prevedeva limiti per gli idrocarburi nei fanghi di depurazione, cosa che invece succede per metalli ed altri contaminanti e tutti valutati sulla sostanza secca. In assenza di una normativa ogni regione ha regolamentato autonomamente. La Regione Lombardia ha posto un limite di 10.000 mg/kg di idrocarburi pesanti sulla sostanza secca. Una sentenza del TAR Lombardia ha accolto il ricorso di 40 Comuni ed ha dichiarato la norma illegittima ed affermando che in assenza di una norma nazionale vale l’allegato 5 del D.L.vo n. 152/2006, che identifica i limiti da salvaguardare per i suoli da bonificare. Non essendo in grado alcun depuratore di garantire tali livelli ed essendosi creata una situazione critica di accumulo di fanghi (come affermato esplicitamente art 41), il Governo ha inserito nell’art. 41 del “Decreto Genova” la disposizione che inserisce per gli idrocarburi un limite di 1000 mg/kg sul tal quale, che a questo punto vale ovviamente in tutta Italia, mantenendo invariati tutti gli altri parametri. Ma la toppa che è stata messa è peggiore del buco perché ponendo un limite sul "tal quale" e non sulla sostanza secca (quella su cui TUTTI gli altri parametri sono misurati) introduce una enorme aleatorietà in quanto non permette di conoscere a priori la percentuale di sostanza secca e quindi di idrocarburi che possono essere sversati per ettaro. Va ricordato che è consentito lo sversamento di 15 tonnellate di sostanza secca di fanghi per ettaro in tre anni ed in termini generali quindi, sul piano nazionale, se la percentuale di sostanza secca fosse del 10%, il limite dei 1000 mg/Kg del tal quale è del tutto sovrapponibile al limite dei 10.000 mg/kg sulla sostanza secca che aveva previsto la Regione Lombardia. Insomma l’art.41 introducendo il limite di 1000 mg/kg su tal quale, in pratica cancella per gli idrocarburi pesanti ogni limite, perché basta diluire e se ne può somministrare quanto se ne vuole! Va considerato inoltre che la quantificazione di 1000 mg/kg di tal quale pare non sia supportata da studi di impatto ambientale, sulla biodiversità e sulla salute (in caso di smentita ne saremo solo contenti…). Così si stima che potranno essere destinati ai terreni agricoli circa un milione di tonnellate di fanghi carichi di idrocarburi (oltre che di metalli pesanti ed altri inquinanti), derivanti da acque reflue di depurazione sia civili che industriali e che si sono accumulati in questi anni. Infine vi è da evidenziare che in questi ambiti una vera e propria criticità è rappresentata dalla mancanza di controlli capillari ed indipendenti, mancanza che desta se non altro problemi di trasparenza sulla produzione e sul trattamento di tonnellate e tonnellate di fanghi di depurazione. Di frequente succede infatti che, nell’Autorizzazione Integrata Ambientale degli impianti, le analisi di controllo sono previste all’interno del processo di autoverifica della stessa azienda produttrice. Non vorremmo che in queste condizioni queste terribili derivazioni possano anche arrivare alle coltivazioni biologiche, celate in sostanze organiche compostate, non meglio precisate. In passato è successo più volte che l’industria chimica legata alla fabbricazione delle armi con cui si sono fatte le guerre mondiali è stata convertita nella produzione di concimi chimici, pesticidi e diserbanti. Oggi ancora una volta si cerca di nascondere le malefatte della chimica industriale sui suoli agricoli, cioè sulla terra direttamente interessata alla produzione degli alimenti a nutrimento di milioni di persone, mettendo così a rischio le matrici organiche e le falde. Come produttori agricoli biologici non possiamo accettare questa assurda e rischiosa situazione. Chiediamo pertanto lo stralcio dell’articolo 41 del Decreto “Genova” e l’apertura di un tavolo di confronto Istituzionale allargato alle rappresentanze dei produttori agricoli, alle organizzazioni ambientaliste e della società civile. 

17 ottobre 2018. Ufficio stampa di UP Bio (info@upbio.it). 

La Repubblica dei veleni

Ed è proprio con queste basi che il giornale La Repubblica - già editore d'illuminanti articoli della Senatrice a vita Elena Cattaneo che difendono Ogm ed Nbt, scagionano il Glifosate, ridicolizzano l'agricoltura Biologica - stavolta da' la parola al Leader dei Verdi Angelo Bonelli che svela quel "codicillo" art. 41 del decreto "Genova" che aumenta di 20 volte la quantità di idrocarburi nei fanghi di depurazione da spargere sui terreni agricoli.
Bonelli annuncia a Repubblica un ricorso all'Unione europea: "E' un'autorizzazione a spargere un milione di tonnellate di fanghi carichi di idrocarburi e metalli pesanti sui suoli agricoli, un regalo alle imprese che trattano le acque reflue di depurazione sia civili che industriali e che in regioni come la Lombardia e il Veneto hanno accumulato scorte che non riescono a smaltire. La Lombardia aveva già provato a fissare un limite ancora più alto, ma il Tar ha bocciato la norma".
https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/13/news/quel_codicillo_nel_decreto_genova_che_mina_la_salute_dei_campi-208871713/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/15/decreto-genova-fanghi-con-idrocarburi-in-agricoltura-un-esperimento-chimico-sui-cittadini/4693538/

La verità, come ha commentato il Ministro Sergio Costa, è che "la gestione dei fanghi è stata regolata per 25 anni da un decreto che non conteneva limiti per gli idrocarburi. Nessun limite per 25 anni!"..." siamo arrivati al Governo in un momento di grande confusione sotto il profilo giuridico e amministrativo". Gli fa eco il Ministro Danilo Toninelli: "l'artcolo nel dicreto serve per giungere a una soluzione in emergenza e non definitiva. Ecco perchè si è utilizzato un veicolo normativo che implica necessità e urgenza". Il ministero sta già lavorando al nuovo decreto, che avrà senz'altro valori più rigorosi, ma ci sono tempi tecnici da rispettare e con il passaggio all'Ispra e quello in Conferenza Stato Regioni, prima di qualche mese non potrà essere emanato.

Il Tar della Lombardia con sentenza del 20 luglio 2018 ha annullato la delibera "Maroni" D.g.r 11 settembre 2017 n° X/7076 che portava il limite degli idrocarburi nei fanghi a 10.000 mg/kg di sostanza secca, riportandolo a 50 mg/kg prescritta dal D.lgs 152/2006 che non è nemmeno specifica per i fanghi di depurazione.
http://www.osservatorioagromafie.it/wp-content/uploads/sites/40/2018/07/tar-milano-1782-2018.pdf
Il limite di 50 mg/kg per gli impianti di trattamento fanghi in Italia è quasi impossibile da rispettare, durante tutta l'estate si sono accumulate queste sostanze a causa della sentenza del Tar Lombardia e dei ricorsi, perciò si è creata un'emergenza.
http://old.iss.it/binary/ampp/cont/INTEGRAZIONE_parere_36565_Class_rif_Idroc_ALL_09.pdf

Ciò che Repubblica e Bonelli non dicono è che la Regione Lombardia tratta ogni anno 600mila tonnellate provenienti da altre regioni, spargendone in tutto 800mila tonnellate.

La Toscana ad esempio, si stima che produca 10.000 tonnellate di fanghi al mese, un problema che ha investito il governatore Enrico Rossi e tutti i prefetti della regione, a partire da quello di Grosseto: facciamo l'esempio di quello di San Giovanni, 4.000 tonnellate all'anno di fanghi alle porte della città, verso Marina, in cui percolerebbero acque sporche nel mare.
La conferenza Stato-Regioni riunita il 1 agosto 2018 ha rispolverato il testo del Decreto Ministeriale Galletti che sanciva una totale assenza di controlli nel settore dei fanghi e rimandava alle calende greche il rispetto dei parametri nel settore. Le Regioni hanno approvato questo testo che sarebbe diventato legge se al tavolo ministeriale a fine agosto il governo non avesse chiesto ulteriori discussioni su dosaggio idrocarburi su sostanza secca – non tal quale – e tecniche di campionamento.

L'articolo nel decreto riprende i contenuti di un decreto del ministero dell'Ambiente – pronto ma non ancora emanato – per adeguare i valori soglia, superare la sentenza del Tar e sbloccare la situazione. "Per il parametro idrocarburi C10-C40, il limite di 1000 mg/kg tal quale si intende rispettato – si legge – se la ricerca dei marker di cancerogenicità fornisce valori inferiori a quelli definiti ai sensi della nota L, contenuta nell'allegato VI del regolamento (CE) n. 1272/2008 richiamata nella decisione 955/2014/Ue, così come specificato nel parere ISS prot. n. 32074 del 23 giugno 2009″. L'ISS, inoltre, precisa anche che gli idrocarburi di origine vegetale non fanno definire mai il rifiuto come "pericoloso".....................
... il resto dell'articolo lo leggi su:

Interessante convegno a Venezia

http://www.protagonistiortofrutta.it




Chilometro zero, Gas, filiera corta non sono una moda. Entro il 2050 il 60% degli abitanti della Terra vivranno nelle città. E l’industria agroalimentare potrebbe contribuire al collasso del pianeta. Una rete europea in autunno

Filiera corta: nel nostro Paese ha quasi assunto una connotazione modaiola, ma è una modalità di produzione e consumo prevalentemente alimentare che ancora sfama fino all’80% delle persone nei Paesi più poveri. Anche in Europa un cittadino su 5, secondo un sondaggio promosso da Eurobarometro nel 2016, sosteneva che bisognasse rafforzare la posizione degli agricoltori nella filiera[i] e secondo uno studio condotto dal European Parliamentary Research Service (EPRS) il 15% dei contadini europei già allora vendeva ben la metà del suo raccolto molto vicino a dove lo produceva[ii].
Una necessità legata alla sopravvivenza dell’azienda, nel caso dell’agricoltura di piccola e media dimensione, la taglia d’azienda prevalente a livello globale, contrariamente a quanto comunemente si pensi. Secondo il Copa-Cogeca, l’associazione mainstream delle aziende agricole europee, gli agricoltori ricevono in media il 21% della quota del valore del prodotto agricolo mentre il 28% va ai trasformatori e fino al 51% ai dettaglianti.
E’ stato il precedente programma europeo di finanziamento della Politica agricola comune (2014-2020) che per la prima volta ha introdotto tra i fondi Pac degli strumenti specifici, e nel suo rinnovo attualmente in corso c’è una forte opposizione da parte dell’industria agroalimentare nel rifinanziamento di queste opportunità. La Commissione europea, secondo quanto ha spiegato di recente Euractiv[iii], ha in mente di lasciare agli Stati membri la possibilità di progettare programmi su misura con un 15% delle loro dotazioni PAC tra pagamenti diretti e sviluppo rurale, scaricando in qualche misura ad essi la responsabilità di decidere se scommettere o meno sulla piccola dimensione. [iv]
Una delle esperienze a livello europeo che potrebbe fare la differenza nella scelta degli Stati a favore di questo tipo di modelli è quella delle Csa: Comunità che Supportano l’Agricoltura che hanno superato in Europa un milione tra produttori e consumatori organizzati, in Francia le 2mila esperienze, stando ai dati più recenti raccolti dal loro network internazionale Urgency[v], in Italia come in altri Paesi europei come Belgio, Germania e Spagna sono intorno a 100[vi].
La CSA crea un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, dove i soci – spesso organizzati in Gruppi d’acquisto solidale -prefinanziano e/o partecipano ai lavori agricoli e quindi fruiscono dei prodotti della terra. La CSA fa sì che produttore e consumatore condividano, così, i rischi di chi coltiva la terra, sottraendo completamente la produzione dalle logiche e dalle strettoie della grande distribuzione e del mercato convenzionale.
Una delle esperienze-pilota in Italia di questa modalità di vivere la produzione agricola all’interno della comunità locale si chiama Arvaia, cooperativa agricola biologica nata nel 2013 a Bologna e strutturata come CSA[vii]. 40 ettari di terreno alle porte della città il cui raccolto di verdura, frutta, tuberi, legumi, cereali, oltre 75 varietà di ortaggi viene suddiviso tra i soci che hanno finanziato l’anno agricolo in corso.
Nel fine settimana del 23-24 giugno molte diverse CSA italiane, formate o in via di formazione, si sono incontrate presso gli spazi di Villa Bernaroli, adiacenti ai terreni di Arvaia, per confrontare le tante diverse sfaccettature in cui l’acronimo CSA ha preso corpo nei diversi territori, con lo scopo finale di creare una rete nazionale che si connetta a quella mondiale di Urgenci[viii].
E nella settimana intorno al 16 ottobre, quando la Fao celebra la Giornata mondiale dell’alimentazione, Urgenci chiamerà a raccolta molte di queste esperienze da tutta Europa per lanciare un messaggio chiaro: già oggi metà degli abitanti della terra vivono nelle città, e potrebbero arrivare al 66% entro il 2050. Se pensiamo che sarà l’industria agroalimentare a sfamarli, guardiamo a un modello che tra sprechi, impatto ambientale, impatto sociale potrebbe contribuire in modo determinante al collasso del pianeta.
Fairwatch, come coordinatore di uno dei progetti della Rete dell’economia solidale italiana, sosterrà la partecipazione di alcuni rappresentanti delle Csa italiane agli eventi di Urgency a Roma e al percorso di formazione[ix] che permetterà a queste esperienze italiane di essere sempre più integrate nella rete europea. Una forza necessaria per orientare la nuova Politica agricola comune, e i piani che ne discenderanno a livello nazionale e regionale, verso una prospettiva più sostenibile e lungimirante della produzione e del consumo di cibo.

*vicepresidente dell’Associazione Fairwatch