Presentazione del Biodistretto Della Valpolicella e Dintorni, sabato 22 febbraio 2020



sabato 22 febbraio 2020 dalle ore 14:30 alle 17:00
via Speri, San Pietro in Cariano

BIOFACH, NUMERI DA RECORD NONOSTANTE L’EFFETTO CORONAVIRUS. ITALIANI SODDISFATTI





Si è chiusa con successo la trentaduesima edizione di Biofach, la fiera B2B leader a livello mondiale per il settore del biologico. Nonostante le preoccupazioni relative alle eventuali defezioni causa Coronavirus, i numeri finali superano tutti i record precedenti.
3.792 espositori provenienti da 110 Paesi su una superficie espositiva di 57.609 m², ovvero due padiglioni occupati in più rispetto all’anno precedente, e oltre 47.000 visitatori professionisti da 136 Paesi, in particolare da Germania, Austria, Italia, Francia e Olanda. Non solo, il programma convegnistico di primo livello, con gli oltre 10.000 partecipanti complessivi, conferma Norimberga la più grande piattaforma internazionale per scambiarsi informazioni e fare networking.
Soddisfazione anche tra gli espositori italiani presenti in fiera. “In questi giorni siamo riusciti a ottenere diversi buoni nuovi contatti, soprattutto con buyer provenienti all’area balcanica”, ci ha spiegato Simona Finessi, responsabile retail per l’Italia di Veritas Biofrutta, società del bio del Gruppo Mazzoni conosciuta al mercato con il brand Very Bio. “Per noi i Paesi di questa zona sono molto importanti per il prossimo futuro e li guardiamo con attenzione perché nell’Est UE vediamo una potenziale grande crescita del bio a fronte di una domanda quasi satura nei mercati dell’Europa occidentale. Inoltre abbiamo avuto manifestazioni di interesse da distributori svizzeri, altro mercato per noi molto attraente che vorremmo ulteriormente sviluppare”, ha concluso Finessi.
Positivo anche il giudizio di Gerhard Eberhöfer, responsabile vendite Bio Val Venosta (nella foto sotto): “La fiera è andata molto bene; abbiamo visto tanta vivacità e presenza di visitatori, più che al Fruit Logistica di Berlino. Penso che il Biofach abbia fatto un ulteriore salto in avanti. Non so dare un giudizio rispetto alla presenza o meno di asiatici; dal nostro stand non osserviamo nessun calo di presenze”.Non del tutto d’accordo Mirko Conte, sales manager per il fresco della pugliese BioOrto (nella foto sotto): “Questa manifestazione, a cui ormai partecipiamo da diversi anni, si è confermata interessante e positiva; peccato solo per l’allarme Coronavirus che, secondo noi, ha fortemente condizionato la partecipazione da Asia e Stati Uniti con assenze pesanti che influiscono sul nostro bilancio finale”.
Irrilevante, infine, ‘l’effetto virus asiatico’ per Amico Bio e Mace’. Per entrambe le realtà, la prima protagonista nel comparto dell’ortofrutta biodinamica mentre la seconda operativa nella produzione di succhi di frutta e nel settore degli snack, la fiera si conferma un appuntamento a cui ogni operatore bio non può mancare. (c.b.)

Oltre 20mila progetti respinti: il sogno infranto dei giovani agricoltori

I giovani italiani tornano alla terra. Lo dicono i dati raccolti dalla Coldiretti: oggi in Italia ci sono oltre 56mila under 35 alla guida di imprese agricole, un primato a livello comunitario, con un aumento del 12% negli ultimi cinque anni. Peccato che la burocrazia spenga il sogno di un giovane su due. Fra i quasi 39mila che hanno presentato progetti imprenditoriali, il 55% (oltre 20mila domande) è stato respinto per colpa degli errori di programmazione delle amministrazioni regionali. E il rischio è quello di perdere i fondi messi a disposizione dall'Unione Europea.
La Coldiretti ha fatto i conti all'1 gennaio 2020 sull'utilizzo delle risorse comunitarie relative ai Piani di sviluppo rurale (Psr) del periodo 2014-2020 in occasione della consegna degli Oscar Green, il premio all'innovazione per le imprese che creano sviluppo e lavoro con i giovani veri protagonisti italiani del Green Deal. E il quadro che ne esce non è confortante: non solo la metà delle domande non sono state ammesse, ma anche tra quelle ammesse solo il 55% è stato effettivamente finanziato, con le conseguenti difficoltà per chi ha già effettuato gli investimenti e rischia ora di trovarsi “scoperto” dal punto di vista finanziario. Il risultato è la perdita di un potenziale di mezzo miliardo all'anno di valore aggiunto che le giovani imprese avrebbero potuto sviluppare.
L'andamento regionale sui progetti giovani presentati per i bandi Psr è molto differenziato da nord a sud della Penisola. Se infatti in Lombardia è stato bocciato solo il 13% delle domande, in Emilia Romagna si sale al 16%, in Trentino al 22% e in Valle d'Aosta al 23%. Il record negativo spetta alla Basilicata con il 78% delle domande respinte; seguino la Calabria con il 76% e la Puglia con il 75%, che tra l'altro non ha pagato neppure una di quelle ammesse.

I dati della Coldiretti vengono confermati anche da un’indagine della Sezione di controllo degli Affari comunitari e internazionali della Corte dei Conti: in Italia esiste una situazione a macchia di leopardo in termini di capacità di evadere le domande di sostegno ai giovani in agricoltura, con tempi che possono superare i due anni e mezzo. La burocrazia sottrae fino a 100 giorni all'anno al lavoro in azienda. Secondo la Coldiretti, la complessità delle procedure amministrative è ritenuto un problema nell'attività dell'azienda dall'84% degli imprenditori in Italia contro il 60% della media Ue. «Siamo di fronte a un vero spread per la competitività delle imprese italiane in Europa – sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – che va recuperato con la semplificazione e la sussidiarietà. Lo snellimento delle procedure con la semplificazione, il dialogo tra le amministrazioni e l'informatizzazione è il miglior investimento che può fare il Paese per sostenere la crescita».

All’asta 10mila ettari di terreni destinati ai giovani agricoltori

L’Ismea pubblica la mappa dei 386 lotti pronti alla vendita. Per gli under 41 disponibili mutui trentennali agevolati e finanziamenti per l’avvio.

Oltre 10mila ettari di terra, l’equivalente di 386 terreni agricoli, sono pronti per essere venduti all’asta in Italia. E per i giovani viene attivata la corsia preferenziale: mutui trentennali al 100% e sostegni ad hoc per l’imprenditoria agricola under 41.
Gli appezzamenti in questione sono quelli della Banca nazionale delle terre agricole, nata con la finanziaria del 2016 per rimettere in circolo i terreni pubblici in stato di semiabbandono. E quello che l’Ismea mette sul tavolo è il terzo lotto del patrimonio di cui dispone a bilancio.
L’elenco dei terreni messi all’asta è disponibile da mezzogiorno del 19 febbraio sul sito Ismea (Banca nazionale delle terre), mentre le offerte vere e proprie potranno essere presentate tra il 27 aprile e l’11 di giugno. La partecipazione è aperta a tutti, ma il vero obiettivo dell’operazione è favorire il ricambio generazionale tra i campi e il ritorno dei giovani alla terra.
«Nel patrimonio dell’Ismea abbiamo aziende agricole chiavi in mano, con tanto di immobili, che fin da subito possono essere messe a profitto», spiega il direttore dell’istituto, Raffaele Borriello, che è anche fresco di nomina a capo di gabinetto del ministero dell’Agricoltura. Insieme alla ministra Teresa Bellanova, ha scelto il convegno “Seminiamo il futuro” al Maxxi di Roma, per lanciare questa iniziativa.

I giovani che si candideranno non avranno a disposizione solo i mutui agevolati: «Tutte le risorse ricavate dalla vendita di questi terreni – spiega Borriello – verranno utilizzate per finanziare le iniziative imprenditoriali dei giovani agricoltori stessi attraverso le misure del primo insediamento, del ricambio generazionale e dell’autoimprenditoriaità». Non si tratta di spiccioli: dalle aste per i primi due lotti di terreni messi a disposizione dall’Ismea, quando andarono venduti quasi 5mila ettari, furono ricavati circa 52 milioni di euro. Da questo bando, invece, l’Ismea si aspetta di incassare almeno 130 milioni di euro. 
«Donne e nuove generazioni sono tra le parole chiave su cui siamo maggiormente impegnati – ha detto la ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova – per gli under 40 che scelgono di aprire una nuova impresa agricola, ad esempio, sarà lo Stato a farsi carico, per i primi due anni, dei contributi previdenziali. Per le donne che investono in agricoltura o aprono nuove imprese, invece, c’è “Donne in campo”, con un fondo rotativo da 15 milioni di euro per mutui a tasso zero. Di tutti i giovani, che ho incontrato spesso durante questi primi cinque mesi di ministero, mi ha colpito la competenza, la voglia di mettersi in gioco e l’interesse per questo settore, che può essere concretamente un fondamentale driver di sviluppo del Paese». In tutto, la Banca delle terre dispone circa di 22mila ettari di terreni. Da quando è stata creata, ha già messo all’asta due lotti: il primo per un totale di 7mila ettari, il secondo per circa 8mila. Il lotto che viene avviato verso l’asta è quello maggiore. Si va dai vigneti agli uliveti, fino ai campi di cereali, con una superficie media di circa 26 ettari, decisamente più alta della media dei terreni nazionali che secondo l’Istat è di 8,4 ettari.
I TERRENI ALL’ASTA IN ITALIA Superfici e numerosità dei terreni per Regione. Fonte: Ismea
In Italia il prezzo della terra è tra i più cari d’Europa, un ettaro costa sei volte in più che in Francia e tre volte in più che in Spagna. «All’Ismea, invece, non interessa ricavare un profitto – spiega il direttore Borriello – per questo il valore che mettiamo a base d’asta è un valore minimo. Per esempio, abbiamo acquisito un terreno 20 anni fa? Come base d’asta di quel terreno, prendiamo il valore di allora. Noi vogliamo rendere disponibile la terra e abbassare i valori del capitale fondiario disponibile in italia. L’agricoltura si fa con la terra, il primo fattore di produzione è quello».
I 20 giovani che verranno premiati nel corso del convegno “Seminiamo il futuro” riceveranno anche accessi speciali per consultare 24+, il servizio premium del Sole24Ore.com.

CONFERENZA: Il benessere animale.

L'associazione culturale Gli Antanati in collaborazione con AVEPROBI organizzano una conferenza sul tema "Il benessere animale"
Martedì 3 Marzo ore 20.30
c/o la nuova Sala Civica di Mezzane di Sotto - Villa Maffei
In allegato la locandina dell'evento con i riferimenti per ulteriori informazioni

CORSO TECNICO PRATICO sulla Gestione agronomica dei suoli agrari in orto-frutticoltura biologica

NEWS

CORSO TECNICO PRATICO sulla Gestione agronomica dei suoli agrari in orto-frutticoltura biologica. Come mantenere ed incrementare la fertilità dei terreni in epoca di cambiamenti climatici e di sostenibilità ambientale

 Si svolgerà a Campagnola di Zevio (Vr) presso la Cooperativa Agrintesa a partire dal 4 Marzo fino al 6 Maggio. con orario 19,00 – 22,00 Iscrizione entro il 21 febbraio scrivendo a: fazzini.arnaldo@agrintesa.com. 

Sono disponibili nel nostro sito nuovi documenti, tra cui il secondo report di UNIBO (sperimentazione sulle colture di Kiwi e Melo) https://www.aveprobi.org/progetti/biofertimat/ 

Sarà nostra cura tenervi aggiornati sullo stato di avanzamento del progetto. http://www.biofertimat.eu/ 

Fiera di Marzo a Fumane




Fa’ la cosa giusta! Torna la fiera del consumo critico e della sostenibilità a Milano

Dal 6 all’8 marzo 2020 , si rinnova l’appuntamento con Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, che arriva alla sua diciassettesima edizione. Una grande mostra-mercato, organizzata da Terre di mezzo Editore, con centinaia di espositori da tutta Italia e un ricco calendario di incontri, laboratori e presentazioni, a ingresso gratuito per tutti i visitatori.
Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle Piante”, con l’intento di sensibilizzare i governi e la società civile a tutelare il mondo vegetale, anche allo scopo di contrastare il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici.
Fa la cosa giusta 2019 – Foto di Alessia Gatta
Uno dei temi portanti della prossima edizione di Fa’ la cosa giusta! sarà proprio “ambiente, giustizia sociale e sostenibilità”, che mette al centro il prezioso, e spesso sottovalutato, rapporto tra vita vegetale, umana e animale , e la loro interdipendenza. La presenza delle piante, infatti, concorre a ridurre la povertà e a migliorare il nostro benessere psicofisico . La vegetazione influenza in maniera importante le condizioni meteorologiche, garantendo precipitazioni piovose e mitigando il cambiamento climatico . Fenomeni come la deforestazione e la perdita di biodiversità hanno ripercussioni concrete sulla vita quotidiana degli esseri umani e sui processi migratori causati da desertificazione e carestie.
Fa’ la cosa giusta! affronterà questi temi con incontri, approfondimenti e laboratori per adulti e ragazzi. “La Foresta di città” sarà uno spazio dedicato a grandi e bambini, caratterizzato da laboratori in cui sperimentare i molteplici usi delle piante: erboristici, farmaceutici, cosmetici e alimentari; conoscere la biodiversità presente nelle aree urbane e non del nostro territorio, imparando a tutelarla .
A Fa’ la cosa giusta! 2020 ci sarà anche spazio per il cibo biologico e a kmzero, il turismo consapevole e la cosmesi naturale, la moda etica e l’arredamento sostenibile, ma anche proposte vegan, cruelty free e per intolleranti. Il programma di incontri, laboratori e appuntamenti si affiancherà a 32mila m 2 di spazio espositivo, suddiviso in sezioni tematiche che ospiteranno centinaia di realtà, aziende, associazioni e le loro proposte di servizi, prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto della nostra vita quotidiana.
Fa’ la cosa giusta! 2019 – Foto di Alessia Gatta
Infine, Fa’ la cosa giusta! 2020 ospiterà la terza edizione del salone Sfide. La scuola di tutti, dedicato a insegnanti, dirigenti, studenti e famiglie , con un fitto programma di incontri, laboratori e seminari che affronteranno, tra i molti temi: l’insegnamento e l’apprendimento “con gli altri”, il legame tra scuola, territorio e cittadinanza e lo stretto legame tra libri e libertà.
Il convegno principale sarà dedicato alla valorizzazione degli elementi di eccellenza della scuola italiana, ad esempio nel campo dell’inclusione delle differenti abilità e culture. Il programma di Sfide offrirà anche 2 giorni di formazione specifica per i dirigenti scolastici .

L’edizione 2019 di Fa’ la cosa giusta! si è chiusa con 65mila visitatori registrati, oltre 700 aziende e realtà presenti e 450 appuntamenti nel programma culturale.

25-29.02.2020 – Verona – Programma del «Verona Mountain Film Festival 2020» con proiezioni ad ingresso libero

Torna il festival internazionale del cinema di montagna a Verona, dal 25 al 29 febbraio 2020. Il Festival indice un concorso cinematografico con lo scopo di promuovere gli ambienti delle cosiddette «Terre Alte del Mondo» e per scoprirli attraverso l’esplorazione, l’arrampicata, l’alpinismo.
Verona Mountain Film Festival include due concorsi: cinematografico e fotografico. Degli oltre 85 film provenienti da tutto il mondo per il concorso, 12 sono stati selezionati e verranno proiettati durante il Festival. Anche le fotografie in concorso saranno proiettate sul grande schermo all’inizio di ogni serata del Festival.
Le proiezioni si terranno nell’Auditorium del Palazzo della Gran Guardia, alle ore 20,30.
Ingresso libero.
Ulteriori dettagli e il programma saranno disponibili a breve sul sito dell’Associazione Montagna Italia.

Dal 10 al 12 marzo simposio a Roma sulla biodiversità

Si terrà a Roma, dal 10 al 12 marzo, presso la sede dell’Orgnizzazione delle Nazioni Unite 
per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) , il simposio mondiale sulla biodiversità 
del suolo (GSOBI20), “Keep soil alive, protect soil biodiversity – Mantieni il suolo vivo, 
proteggi la biodiversità del suolo”. 
L’obiettivo principale è quello di colmare alcune lacune di conoscenza cruciali 
e promuovere la discussione tra decisori politici, produttori alimentari, scienziati, 
professionisti e altre parti interessate sulle soluzioni per vivere in armonia 
con la natura e, in definitiva, raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 
(SDGs) attraverso la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità del suolo.

Biofach 2020 conferma la continua crescita del bio in tutto il mondo


Il biologico continua nella sua crescita a livello globale. Lo confermano i dati presentati ieri, mercoledì 12 febbraio, a Norimberga, nella giornata inaugurale di una buona edizione di Biofach 2020 (alla faccia del Coronavirus), alla quale GreenPlanet non poteva mancare ed in effetti ancora una volta c’è per rendere conto dei trend del settore, raccontare la fiera attraverso testimonianze e avere il polso del biologico italiano nello scenario internazionale, qui a Norimberga rappresentato al gran completo.  Il report Biofach seguirà con la newsletter di martedì prossimo, 18 febbraio.
Veniamo ai dati. Sono stati presentati dall’autorevole Research Institute of Organic Agriculture (FiBL, Svizzera) e da IFOAM, la Federazione delle associazioni del biologico a livello mondiale. La superficie globale coltivata secondo i criteri della produzione biologica è salita di due milioni di ettari in un solo anno mentre il mercato dei prodotti bio ha superato per la prima volta i 100 miliardi di dollari, pari a quasi 97 miliardi di euro, secondo rilevazioni compiute a fine 2018 in 186 nazioni.
Gli Stati Uniti restano il primo mercato con un valore di 40,6 miliardi di euro, seguiti dalla Germania con 10,9 miliardi di euro e dalla Francia con 9,1 miliardi di euro. Quest’ultima è la nazionale al mondo in cui il bio nel 2018 ha registrato l’incremento maggiore delle vendite (+15%) ma sono molti i Paesi che hanno registrato una crescita a doppia cifra. I consumi pro-capite più alti sono invece stati registrati in Danimarca e Svizzera (312 euro di spesa biologica per abitante nel 2018). Se si considera il totale dei consumi alimentari di ogni singolo Paese, la Danimarca è poi la nazione in cui la percentuale delle vendite bio è la più alta con l’11,5% del valore totale del settore food.
La ricerca mostra anche alcuni altri dettagli di straordinario interesse. I coltivatori del biologico sono nel mondo 2,8 milioni, con tre nazioni che guidano la classifica: l’India (con un milione 149 mila), l’Uganda (con 210 mila), e l’Etiopia (con 204 mila). Gli ettari coltivati a bio nel mondo sono 71,5 milioni con una crescita di due milioni di ettari sul 2017. I Paesi con il maggior numero di ettari sono l’Australia, l’Argentina e la Cina.
Tra i continenti è però l’Europa, alle spalle dell’Oceania, ad avere una vasta area coltivata a bio (15,6 milioni di ettari). I margini di crescita delle superfici sono ancora notevoli per non dire enormi, dati i trend in atto e la domanda del mercato. Oggi, infatti, solo 1,5% dei terreni coltivati nel mondo sono certificati biologici.
E l’Italia? Il nostro Paese vanta ottimi risultati in tutti gli ambiti: dalla produzione alle superfici coltivate, fino ai consumi e all’export. L’Italia è il quinto mercato mondiale per consumi per un valore di 3,5 miliardi di euro a fine 2018 e l’ottavo Paese per superfici coltivate a bio con poco meno di 2 milioni di ettari. I margini di crescita sono ancora ampi: basti pensare che la quota di mercato del bio è al 4%, mentre la spesa pro capite è inferiore ai 100 euro, lontana dai 136 della Francia e dai 132 della Germania.
A gennaio, a Bologna, nel corso di Marca, erano state lanciate alcune previsioni a fine 2019 relative al nostro Paese, dati ancora tutti da verificare, e che mostravano una crescita ben superiore a quella dei consumi alimentari in generale, una crescita tuttavia meno brillante rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa del calo, piuttosto netto, degli acquisti nei negozi specializzati a vantaggio delle private label della GDO. Trend, comunque, ancora in attesa di conferma.
Nella foto alcuni produttori presenti di FEDERBIO (Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica)

FederBio e IBMA insieme per una rapida revisione del PAN

Nell’anno internazionale della salute delle piante, che coincide con il decennio dedicato alla biodiversitàFederBio e IBMA Italia, l’Associazione di Produttori di mezzi tecnici per bioprotection/biocontrollo, sollecitano una regolamentazione che favorisca e semplifichi l’utilizzo delle tecnologie di origine naturale e contemporaneamente una rapida revisione del nuovo PAN (Piano Azione Nazionale) che punti sulla riduzione della dipendenza dell’agricoltura dai pesticidi di sintesi chimica. Le tecniche di bioprotection/biocontrollo, vale a dire le strategie e i prodotti a base di sostanze di origine naturale e minerale per la gestione di parassiti e patogeni dannosi in base allo studio della loro biologia e comportamento, rappresentano un efficace, affidabile e moderno mezzo di difesa delle colture agricole. La bioprotection / biocontrollo contribuisce, inoltre, a mitigare i cambiamenti climatici, a ridurre la perdita di biodiversità e a contrastare l’inquinamento ambientale grazie a un minor apporto di sostanze chimiche di sintesi. “FederBio e IBMA Italia hanno accolto con favore l’inserimento delle tecnologie di bioprotection / biocontrollo nel Green Deal europeo, il piano che ha l’obiettivo di rendere più sostenibile l’economia dell’UE stimolando l’uso efficiente delle risorse. L’auspicio è che si giunga a un veloce inserimento di queste tecniche naturali anche nelle politiche green nazionali”, si legge in una nota congiunta. La necessità di cogliere questo obiettivo per l’Italia risulta ancora più stringente visto che il nostro Paese, con i suoi 79.000 operatori biologici, si colloca al primo posto a livello europeo per numero di occupati nel settore. Sono oltre 2 milioni gli ettari coltivati con metodo biologico, che rappresentano il 15,5% della superficie agricola nazionale. Dal 2010 ad oggi gli ettari di superficie biologica coltivata in Italia sono aumentati del 75% e il numero degli operatori del settore di oltre il 65%. “Dopo le consultazioni con associazioni e cittadini siamo in attesa della stesura definitiva del nuovo PAN e riteniamo fondamentale l’inserimento di tecniche innovative, efficienti e rispettose dell’ambiente come le tecnologie di bioprotection/biocontrollo nelle politiche di sviluppo verdi nazionali. Servono azioni concrete per ridurre l’uso di pesticidi di sintesi, in particolare in Italia, uno dei maggiori consumatori di anticrittogamici a livello europeo. Dall’ultimo report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA, 2017) risulta che nella UE il consumo di prodotti chimici di sintesi in agricoltura è in media di 3,8 Kg per ettaro, mentre in Italia raggiunge un preoccupante 5,7 Kg per ettaro. Ricerca e innovazione sono in grado ormai di offrirci soluzioni concrete per invertire questo trend e promuovere l’adozione di tecnologie biologiche di protezione delle piante di origine naturale”, ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, Presidente FederBio (foto)“La principale necessità del settore dell’agricoltura biologica ed integrata è quella di disporre di mezzi tecnici sicuri per l’ambiente, gli utilizzatori, i consumatori e conformi alle normative europee. Per questo IBMA Italia promuove l’applicazione di prassi produttive e di controllo rigorose, affinché i prodotti di bioprotezione siano in linea con tali normative. È proprio per restare al passo con i tempi che le nostre aziende sono stimolate ad impegnarsi in ricerca ed innovazione, investendo tempo e risorse, non sempre però sostenute dalle rispettive autorità a causa di ritardi burocratici dovuti anche a norme non adeguate e non proporzionate alle esigenze della bioprotection. Tutto ciò compromette la disponibilità per il settore di mezzi tecnici appropriati, in particolare per l’agricoltura biologica”, ha dichiarato Giacomo De Maio, Presidente IBMA Italia.

Nuovo convegno a Verona sabato 29 febbraio


In piazza per il clima e contro i trattati, 20 anni dopo Seattle

La campagna Stop TTIP Italia aderisce al quarto sciopero globale per il clima indetto da Fridays For Future per il 29 novembre e rilancia la pressione sulle istituzioni: serve una opposizione definitiva ai trattati di libero scambio, a partire dal CETA e dall’accordo UE-Mercosur. Il primo va bocciato subito da un voto del Parlamento italiano, il secondo va respinto dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. Dev’essere chiaro che non può esistere alcun green new deal senza una chiara inversione di rotta rispetto a un’agenda commerciale nazionale e comunitaria incompatibile con il clima, l’ambiente e il lavoro.
È importante alzare la voce per smentire le false narrazioni sulla bontà intrinseca della globalizzazione commerciale, favole già smascherate dalle proteste dei giovani di tutto il mondo, preoccupati per il loro futuro su un pianeta sempre più caldo e diseguale. Non è un caso che Fridays For Future abbia da subito manifestato contro i trattati di libero scambio, per la loro evidente inconciliabilità con un approccio democratico e di giustizia ambientale.
Questa richiesta di cambiamento non può più essere ignorata. È una voce che divampa dalle braci di un’altra grande mobilitazione: proprio il 29 novembre di venti anni fa – era il 1999 – una immensa folla di attivisti e cittadini venuti da ogni parte del mondo si riversava per le strade di una città, Seattle, dove l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) teneva un vertice cruciale dal quale sarebbero dovute scaturire le linee guida per una nuova stagione di scambi commerciali. In due giorni i dimostranti riuscirono a bloccare l’accesso al Convention Center, impedendo l’ingresso dei negoziatori. Sapevano che sul tavolo delle trattative sarebbero finite le teste dei contadini, delle imprese di piccola e media dimensione, dei lavoratori subordinati nei paesi del sud del mondo e poi anche di quelli del più ricco nord. Tutto in nome di un aumento del commercio globale, visto come cura – insieme al disciplinamento imposto da altre grandi organizzazioni come il Fondo monetario internazionale – per tutti i mali economici e sociali.
Il negoziato fallì e fu un durissimo colpo per l’Organizzazione mondiale del commercio. Un colpo dal quale non si è ancora rialzata. Eppure, nonostante il chiaro messaggio che proveniva da quel movimento globale composto da ambientalisti, sindacati, contadini, professionisti ed esperti, attivisti per la giustizia sociale e i beni comuni, le classi dirigenti hanno deciso di andare avanti. Serviva un nuovo strumento per aggirare il multilateralismo su cui era imperniata la WTO ed evitare i crescenti malumori – e conseguenti voti contrari – dei paesi del Sud del mondo. Così siamo entrati nell’era dei trattati bilaterali di libero scambio: negoziati faccia a faccia fra due paesi, che mettono sul piatto qualunque cosa: non soltanto i dazi, ma tutte le norme considerate di ostacolo agli scambi commerciali. Le regole di precauzione su pesticidi, sicurezza alimentare, manipolazione genetica, speculazione finanziaria o servizi pubblici sono diventate il vero bersaglio degli uomini grigi. Che hanno cominciato a lavorare nell’ombra, secretando temi e documenti delle loro trattative, così da non permettere alla società civile di turbarne il buon esito.
Questa “globalizzazione carbonara” prosegue, anche se con evidenti difficoltà. I trattati di libero scambio sono fra i temi più controversi e detestati in almeno quattro continenti. I governi di Europa, Africa, Nord e Sud America sono alle prese con costanti proteste pubbliche di fronte ai tentativi di portare avanti negoziati potenzialmente distruttivi per i sistemi democratici, le piccole economie, l’ambiente e l’occupazione. È accaduto per il TTIP, il trattato transatlantico che avrebbe mescolato con sapiente premeditazione il lato peggiore dell’Unione europea e degli Stati Uniti, e che continua a procedere alla chetichella nel peggiore dei modi. Le troppe contestazioni hanno fermato il negoziato per due anni, mentre è proseguito quello sul CETA, un abbraccio mortifero fra Europa e Canada che – se ratificato dai Parlamenti nazionali – stritolerà interi settori economici e le fasce sociali più deboli.
Non solo: il vecchio continente, sotto la guida di una Commissione europea che ha fatto del liberismo sfrenato la propria bandiera, ha moltiplicato i tavoli di trattativa con una pletora di altri paesi, fra cui Singapore, Vietnam e Giappone: tutti accordi che prevedono ulteriori attività impattanti sugli ecosistemi e le economie territoriali, peggiorando la qualità della vita delle persone.
L’ultimo macigno è la conclusione dell’accordo con il Mercosur, il blocco di paesi composto da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Dopo vent’anni di stallo, tutto si è sbloccato con l’arrivo del bieco Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile. Un’Europa minimamente degna non avrebbe dovuto scendere a patti con un paese preda dell’autoritarismo, che ha stracciato le leggi a tutela della foresta amazzonica e dei popoli indigeni, seminato odio e violenza e arresta i difensori dell’ambiente. Invece il trattato è stato concluso ugualmente, e ora attende la ratifica del Parlamento europeo e poi dei Parlamenti degli Stati membri. Se accadrà, sarà uno schiaffo ad ogni impegno contro il cambiamento climatico: i roghi in Amazzonia che questa estate hanno fatto il giro dei media mondiali sono l’esempio di come si organizza un aumento delle esportazioni di carne e soia a fronte della crescente richiesta europea e cinese. Per dare il segno dell’effetto climatico di questi patti stretti a porte chiuse, è utile citare qualche numero. Secondo Grain – organizzazione internazionale che si occupa di agricoltura e commercio – l’aumento degli scambi di alcuni prodotti agricoli (carne di manzo e di pollo, formaggi, latte, zucchero, riso ed etanolo) in seguito all’accordo UE-Mercosur provocherà 9 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra all’anno. Il totale passerà dunque a 34,2 milioni di tonnellate, con un incremento del 30% rispetto allo scenario attuale, che vede il commercio fra i blocchi impattare sul clima per 25,5 Mton di CO2eq. Tutto ciò se circoscriviamo l’analisi al solo settore agricolo, ma le cifre cresceranno se pensiamo che il grande obiettivo europeo – e in particolar modo tedesco – con questo accordo è la crescita dell’export di automobili in America latina, per inondare un mercato meno saturo e meno vincolato dalle regole sull’inquinamento. Lo scambio vero è fra auto tedesche e prodotti dell’agricoltura industriale brasiliana e argentina. Un settore dominato da imprese di dimensioni ciclopiche, capaci di mettere in ginocchio l’agricoltura di interi paesi europei. Ne risentirà il clima, l’ecologia dei territori, la qualità dell’aria e anche la salute e la sicurezza dei consumatori, sempre più impoveriti e spinti a fare scelte economiche insane e insostenibili, con il risultato di peggiorare la propria salute per poi rivolgersi a un servizio sanitario sempre più costoso ed esclusivo.
Per questo ci vediamo nelle piazze d’Italia il 29 novembre insieme al movimento Fridays For Future, a difesa dell’ambiente e del nostro futuro.

Come attivisti che hanno sempre combattuto per la giustizia ecologica e sociale, ci mobilitiamo ancora, come venti anni fa a Seattle, contro questa deriva inaccettabile. Ci mobilitiamo per fermare l’espansione di un progetto di futuro basato sullo sfruttamento dell’intera rete della vita sul pianeta, al solo scopo di estrarne valore e profitto. I trattati di libero scambio sono armi affilate al servizio di questo progetto, ma possiamo ancora farli crollare come un castello di carte. Fondamentale sarà ottenere la bocciatura di questo pessimo accordo che incendia l’Amazzonia e ingrassa gli allevatori brasiliani e gli industriali tedeschi. Abbiamo un’altra idea per il nostro avvenire e lavoreremo con tutte le nostre forze per darle corpo, perché sappiamo che un altro mondo è ancora possibile.
tratto da:
https://stop-ttip-italia.net/2019/11/28/in-piazza-per-il-clima-e-contro-i-trattati-20-anni-dopo-seattle/#more-6456

DA BERLINO LA MINISTRA BELLANOVA SUONA LA RISCOSSA PER IL SETTORE

Questa Fruit Logistica 2020 è stata l’edizione della voglia di riscossa dell’ortofrutta italiana, reduce da due annate (2018 e 2019) in cui siamo passati bruscamente dai record dell’export e del saldo attivo (1 miliardo) al declino dell’export, alla rimonta dell’import, a un saldo attivo sempre più risicato, alle analisi sulle perdita di competitività delle nostre produzioni. L’antidoto alla malinconia e al pessimismo lo ha portato a Berlino la ministra Teresa Bellanova con la sua carica di entusiasmo, passione, concretezza. Rivedere un ministro della Repubblica a Berlino dopo tanti anni ha fatto capire al comparto che a Roma c’è qualcuno che si occupa di loro, che (forse) non sono soli nel mare magnum del mercato globale, della crisi, dei dazi, e della cimice.
Intanto abbiamo capito che questo ministro lavora e fa lavorare i suoi collaboratori, a partire dall’ufficio stampa. Solo nella mattinata di mercoledì abbiamo contato quattro comunicati. Se fa così anche coi dirigenti ministeriali, si può sperare. Poi la Bellanova ha portato a Berlino una ricca dote di fatti e di annunci. Elenchiamoli: pronto il decreto per il Tavolo ortofrutticolo nazionale, convocato per il 25 febbraio. Via alla consulta nazionale sulle crisi climatica e le priorità agricole, primo nucleo del futuro Programma strategico nazionale. Poi maggiori sinergie con Ice e Ministero degli esteri sul tema dei nuovi mercati e dei dossier fitosanitari da sbloccare. Poi missione in Russia per parlare dell’embargo e vedere come uscirne. Poi apertura di un tavolo sui costi dell’energia col ministro Patuanelli. Poi mercati aperti ma regole certe: l’Europa si deve dare una mossa sulla reciprocità negli scambi commerciali al suo interno e coi Paesi terzi. L’Europa deve diventare più efficiente, meno burocratica, più vicina alle esigenze delle imprese e se un mercato si apre, deve valere per tutti i suoi membri, non solo per chi arriva prima degli altri.
Infine basta col sottocosto: va ridata dignità alle produzioni agricole e al lavoro che le sostiene, perché il lavoro significa sviluppo e non c’è sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale ed economica. Questo è un messaggio alla Gdo, a quella Gdo che usa l’ortofrutta come prodotto civetta per le promozioni, svilendo l’ortofrutta a livello di commodity. Che dire? La metà basta, però era da anni che non vedevamo un ministro così ‘sul pezzo’, così concreta. Poche chiacchiere, impegno sulle cose da fare.
Sappiamo tutti che non basta, che una rondine non fa primavera, che la vita di questo Governo è incerta e travagliata. Però speriamo di avere questa ministra con noi al prossimo Protagonisti dell’ortofrutta italiana in Puglia, terra della Bellanova, nel gennaio 2021.
Almeno ci sembra che la Bellanova abbia capito l’entità dei problemi che ha il settore, elencati nella lettera che Paolo Bruni a nome di Alleanza delle Cooperative Italiane, Fruitimprese, Assomela, Italia Ortofrutta e dallo stesso CSO Italy ha consegnato alla ministra. Mi sono piaciute le parole della Bellanova: “Voi siete storie di territorio. Voi siete l’identità stessa di tante aree rurali del Paese, dove proprio la produzione ortofrutticola rappresenta non solo un’opportunità economica, ma qualcosa di più profondo”.
Come dire, non c’è solo il vino a raccontare l’Italia dei territori agricoli. L’ortofrutta è economia, lavoro, occupazione, sviluppo, ambiente in tante regioni d’Italia, soprattutto al Sud. Non si può lasciar andare a fondo questo patrimonio. Come si dice nel calcio, c’è bisogno di una ripartenza, per recuperare i troppi gol subìti, per risalire la china. Concetti rilanciati nel corso della bellissima serata all’Ambasciata italiana a Berlino organizzata dall’ambasciatore Luigi Mattiolo con Confagricoltura e Fruitimprese (e quest’anno anche con Ice e Messe Berlin) alla presenza della ministra. Ci piace pensare che da questa Fruit Logistica 2020 possa ripartire l’ortofrutta italiana, con uno scatto di orgoglio, con la schiena diritta di chi sa di rappresentare un settore forte ed evoluto, che si è lasciato un po’ andare, ma ancora forte e vitale. Che chiede alla politica un sostegno ma che sa guardare anche al proprio interno per interrogarsi sui tanti errori, sulle tante occasioni perse, sulle storture e inefficienze da correggere. E fra i tanti eventi, convegni, incontri (c’è un altro virus dilagante in queste occasioni: la convegnite) mi piace ricordare la battuta che mi ha fatto un operatore sull’eterno confronto Italia-Spagna: “Gli spagnoli non sono più bravi di noi, sono solo più grandi e più organizzati come sistema”. Per ripartire c’è una prima cosa da fare: copiarli.

Calendario del Percorso "I profumi della natura"




Il governo accelera su TTIP e Mercosur, StopTTIP chiama una conferenza stampa alla Camera

Roma, 11 febbraio 2020 ore 10
Sala Stampa Camera dei Deputati, 
via della Missione 8
#STOP TTIP – Richieste e domande al Governo di associazioni, sindacati, contadini, produttori sul nuovo negoziato commerciale europeo con gli Stati Uniti. Interrogazioni e mozioni dei Parlamentari italiani

Intervengono:
Associazione rurale italiana – Antonio Onorati; Associazione per l’agricoltura biodinamica – Carlo Triarico; AIAB – Giuseppe Romano; CGIL – Giacomo Barbieri; Movimento Terra Contadina – Elisa d’Aloisio; Federbio – Maria Grazia Mammuccini; Greenpeace – Federica Ferrario; ISDENavdanya International – Manlio Masucci; Slow Food; Terra! – Fabio Ciconte
i Parlamentari firmatari di interrogazioni e mozioni sul temaalla Camera: Sara Cunial (Misto); Stefano Fassina (LeU); Lorenzo Fioramonti (Misto); Rossella Muroni (LeU)
al Senato: Saverio De Bonis (Misto); Loredana De Petris (LeU); Carlo Martelli (Misto); Paola Nugnes (Misto) 
modera
Monica Di Sisto, Fairwatch – Campagna StopTTIP/CETA Italia
Nel 2015 un’imponente mobilitazione di organizzazioni ambientaliste, associazioni della società civile, sindacati, movimenti contadini, produttori e consumatori di tutta Europa e negli Stati Uniti portò all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni i rischi per la salute pubblica, l’occupazione, l’ambiente, il cibo, la produzione italiana, la biodiversità, i diritti fondamentali, i servizi pubblici e la democrazia presentati dal Trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale tra USA e UE (TTIP). Il negoziato subì una pausa con l’elezione di Trump, ma proseguì sotto traccia fino all’estate scorsa, quando Junker volò a Washington e sottoscrisse un accordo di principio per ricominciare a negoziare, sotto la minaccia di una pioggia di dazi. Ora la nuova Presidente della Commissione Ursula von der Leyen non soltanto accelera per un nuovo accordo da realizzare entro poche settimane, ma appoggia la richiesta di Trump perché si negozi sull’agricoltura, argomento escluso nel mandato conferitole dai Governi dell’UE.
In assenza di alcun impegno concreto sui dazi già imposti da parte di Trump, l’UE sembra disposta a cedere su un trattato che disinneschi per sempre il Principio di precauzione, forzi le regole europee attualmente in vigore su pesticidi, OGM e NBT, apra – al di fuori di ogni controllo democratico e parlamentare – un canale permanente di negoziato transatlantico sugli standard di protezione sociale, ambientale e di sicurezza alimentare che sono il più grande ostacolo, attualmente, all’arrivo di merci USA nel mercato europeo. Né si pensa di procedere a una preventiva valutazione dell’impatto di un possibile accordo sulla sostenibilità sociale e ambientale e sulla quantità e qualità dell’occupazione e delle produzioni coinvolte
Il Governo italiano precedente non ha discusso la sua posizione con le parti sociali – neanche con il Parlamento italiano – prima di concedere il nuovo mandato negoziale, e quello attuale tace sull’accelerazione presente. La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incontrando il collega americano Sonny Perdue, si è addirittura mossa al di fuori del perimetro del mandato europeo che esclude l’agricoltura dalle trattative. Questa mancanza di trasparenza è inaccettabile per le organizzazioni della società civile: ci appelliamo al Parlamento perché insieme a noi ottenga un vero dialogo, che tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini e delle parti sociali, e maggiore trasparenza su temi così importanti che colpiscono il cuore del sistema dei diritti e delle regole condivise e difese nel nostro Paese.

tratto da:
https://stop-ttip-italia.net/2020/02/07/governo-accelera-ttip-mercosur/

Progetto Nocciola Italia? No grazie

Nocciole? Con parsimonia. Dopo aver invaso la Tuscia e la Valdichiana la produzione intensiva di nocciole cerca di approdare anche in Valdarno. Pochi giorni fa nella sala consiliare del Comune di Terranuova Bracciolini la Ferrero,assieme a Confagricoltura e al sindaco di Terranuova Sergio Chienni, ha presentato la sua proposta per sviluppare una nuova filiera della nocciola sul territorio.
Un altro tassello del colossale progetto “Nocciola Italia” avviato dalla multinazionale nel 2018 che complessivamente punta a incrementare di un terzo la superficie italiana coltivata a nocciole. Saranno 22.000 i nuovi ettari da convertire a questa coltivazione. Per arrivare a questi risultati alla Ferrero – che oggi assorbe il 30% della produzione mondiale di nocciole – servono accordi con gli agricoltori che garantiscano alti livelli di produzione.
Nel Valdarno il progetto “Nocciola Italia” sta però suscitando le preoccupazioni di molti agricoltori, associazioni e cittadini che hanno aderito alla lettera aperta “Progetto Nocciola Italia? No grazie” firmata dal sindaco di Loro Ciuffenna, Moreno Botti.

La lettera aperta contro la coltivazione intensiva di nocciole

Prima di tutto – sottolineano i firmatari della lettera aperta – le proposte della multinazionale delle nocciole appaiono in contraddizione con la difesa di valori come la tutela dell’ambiente e della biodiversità. E anche in contraddizione con l’abbandono delle monocolture intensive sostenuti dai Piani di indirizzo territoriale e dai Piani strutturali degli Enti Locali della Regione Toscana.
Quei Piani sottintendono un modello agricolo esattamente opposto a quello adottato nella coltivazione della nocciola richiesta dalla Ferrero in cui si segue una logica “estrattivistica”. I campi diventano delle miniere a cielo aperto con monocolture intensive ad alto impatto ambientale. E con l’impiego di frequenti trattamenti antiparassitari, fungicidi, fertilizzanti e diserbanti.
A queste condizioni è evidente che incrementare la superficie coltivata a nocciole vuol dire aumentare l’utilizzo di fitofarmaci. Cosa che rende un territorio più fragile aggravandone le problematiche ambientali, ma anche sociali ed economiche. Le conseguenze sono già note: maggior inquinamento dell’acqua; impoverimento del suolo; compromissione delle risorse idriche. E ancora perdita di biodiversità; maggiore dipendenza degli agricoltori dalla geopolitica dei prezzi dell’agroindustria. Con conseguente impoverimento economico, culturale e identitario; perdita di attrattiva turistica del territorio.

Nocciole e promesse economiche agli agricoltori

Un’altra perplessità espressa nella lettera riguarda le promesse economiche fatte agli agricoltori. Vengono definite illusorie e formulate approfittando di chi vive in condizioni di precarietà imprenditoriale (ormai purtroppo tipiche del settore). Ed è portato così ad accettare offerte che – facendo bene i conti – si riveleranno onerose e a discapito dei produttori. Con il risultato di trovarsi a distanza di anni con un terreno con scarso valore economico, impoverito da ripetuti trattamenti chimici e che necessita di sempre maggiori quantità di fertilizzanti per essere produttivo.

La salute dei cittadini e la coltivazione di nocciole

Così come sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze sulla salute dei cittadini. Secondo gli ultimi dati contenuti nel Registro tumori della provincia di Viterbo (2019) l’incidenza di melanomi cutanei e leucemie nella provincia risulta “essere significativamente superiore alla media italiana. Nel primo caso, negli anni 2008-2013 si è registrato un tasso standardizzato di 24,6 casi ogni 100 mila abitanti negli uomini e di 19,9 nelle femmine”. Per un totale di 21,8, a fronte di una media nazionale inferiore a 18 casi negli uomini e a 15 nelle donne. Analogamente, per quanto riguarda le leucemiesi è registrato un tasso standardizzato del 28,8 ogni 100 mila abitanti (37,8 negli uomini e 22,1 nelle donne), contro una media nazionale di gran lunga inferiore.
In particolare è emersa la maggiore incidenza di melanomi cutanei e leucemie con l’utilizzo di pesticidi, particolarmente importante soprattutto nell’area dei Cimini dove più sviluppata è la nocciolicoltura. “Ci sono studi scientifici accreditati da diverso tempo che legano il melanoma all’esposizione a pesticidi”, ha ricordato la dottoressa Antonella Litta, membro dell’Isde, l’associazione dei medici per l’ambiente. “In un distretto come il nostro, dove è in forte espansione un tipo di agricoltura che fa uso di queste sostanze, questo dato è sottostimato e quindi serve che vada approfondito”.